Prevenzione dell'AIDS: il ruolo dell'educazione
(medici infettivologi dell'ospedale Sacco - Milano)
Prof.ssa B. Barbero Avanzini


1 - Parlare di prevenzione dell'AIDS presuppone la consapevolezza di tutta una serie di elementi:
· da un lato, dal punto di vista medico, assistenziale ed epidemiologico, la ricerca e l'intervento di presa in carico dei soggetti sieropositivi e di quelli affetti da AIDS conclamato ha investito notevoli risorse umane e finanziarie, ma ancora oggi ci troviamo di fronte ad un percorso patologico che, pur rallentato nel tempo, porta inevitabilmente alla morte;
· dall'altro lato, dal punto di vista sociale, occorre essere consapevoli sia dell'allarme sociale cresciuto intorno all'AIDS sia della condanna dei comportamenti che lo provocano sia, infine, del crescente spostamento del problema dalle "categorie a rischio", (in particolare tossicodipendenti ed omosessuali) ai "comportamenti a rischio" in cui sempre più determinante è il comportamento eterosessuale;
· da un terzo lato, ci si rende ormai ben conto, dal punto di vista dell'intervento sociale, di quanto poco abbia finora inciso, sulla modificazione dei comportamenti sessuali, l'attività informativa fin qui svolta sia di tipo medico - scientifico che di impostazione pedagogico - divulgativa, mentre ha avuto molta più efficacia l'intervento rivolto alle classiche categorie a rischio, e cioè tossicodipendenti, prostitute ed omosessuali;
· infine, da un punto di vista psicologico, occorre valutare la carica simbolica che caratterizza l'AIDS e le modalità della sua trasmissione, il contrasto tra l'atto vitale della sessualità e la conseguenza mortale del contagio, l'irrazionalità e l'affettività insite nei comportamenti a rischio e invece la razionalità scientifica necessaria per gli interventi tesi a contrastare la diffusione di quella che è stata chiamata pandemia comportamentale.
La comparsa di questo fenomeno epidemico nuovo, che potenzialmente può coinvolgere chiunque, ma è stato troppo spesso associato esclusivamente a condotte socialmente biasimate, ha comportato l'insorgere di reazioni emotive di massa spesso del tutto irrazionali che, invece di facilitare organizzate politiche di intervento, hanno orientato in modo settoriale le scelte decisionali delle autorità sanitarie pubbliche. Così, se tutto questo ha portato sempre più in evidenza la necessità della prevenzione, l'unica arma sicuramente efficace in materia di AIDS, dall'altro canto non ha diffuso la percezione del rischio in modo chiaro ed adeguato. Tutto questo sembra comportare tra i giovani una larga sottovalutazione od anche il rifiuto dell'opportunità di raccogliere informazioni sui possibili comportamenti a rischio dei partners affettivi, l'ostilità ad usare il preservativo nei primi rapporti sessuali ed invece il costume di avere spesso tali rapporti con partners poco conosciuti, senza percepire il rischio di contagio che questo comporta. Questo aspetto del problema impone notevoli riflessioni al momento dell'intervento preventivo per i giovani, sia perché non sembra che le campagne di informazione finora svolte abbiano avuto efficacia nel modificare la percezione soggettiva del rischio di contagio (pur avendo diffuso la coscienza teorica dei meccanismi della trasmissione del virus HIV) sia perché la prevenzione di comportamenti dotati di significati simbolici così pregnanti come quelli sessuali chiama in causa progetti ed interventi formativi della personalità giovanile ben più generali di quanto possa fare una pur necessaria campagna di informazione sanitaria.
2 - Seguendo l'impostazione di Regoliosi (1992: 33-35) possiamo distinguere tra quattro livelli possibili di prevenzione:
· prevenzione potenziale (quando l'intervento mira ad influenzare positivamente la qualità della vita di tutti promuovendo salute, socializzazione, cultura);
· prevenzione aspecifica (quando l'intervento scaturisce da progetti mirati su fattori personali e/o sociali che possono favorire l'instaurarsi di situazioni a rischio);
· prevenzione specifica primaria (quando l'intervento si focalizza su precisi fattori di rischio esistenti in un contesto sociale determinato e vuole impedire il passaggio all'agito rischioso promuovendo la consapevolezza ed il senso di responsabilità di soggetti ben individuabili);
· prevenzione specifica secondaria (quando l'intervento si dirige ai soggetti già coinvolti in comportamenti rischiosi ed ha lo scopo di ridurre le conseguenze negative di tali comportamenti).
Dovendo focalizzare il nostro discorso sul tema dell'educazione è necessario tralasciare sia la cosiddetta prevenzione potenziale, che richiama tematiche culturali generali e coinvolge politiche di ampio respiro ed a lungo termine, sia, la prevenzione specifica secondaria perché essa rivolgendosi a soggetti già inseriti in comportamento a rischio, deve necessariamente far conto su interventi di tipo sanitario ed informativo (dal corretto uso della siringa per i dipendenti dell'eroina a quello del preservativo per i rapporti sessuali occasionali o rischiosi). Rientrano, invece, nel nostro campo di riflessione sia la prevenzione aspecifica (con progetti mirati a fattori personali o sociali che favoriscano le situazioni a rischio) sia quella specifica primaria (che vuole impedire il passaggio ad agiti rischiosi), in cui emerge con particolare evidenza il ruolo che può giocare l'educazione per il gruppo di soggetti che divengono l'oggetto specifico dell'intervento e cioè i più giovani. Riflettere sui compiti dell'educazione e soprattutto dell'educazione alla sessualità nella prevenzione dell'AIDS, appare oggi tanto più necessario quanto più sono a rischio alcuni comportamenti diffusi ed accettati; quanto più questi comportamenti rivestono un ruolo di iniziazione all'età adulta e sono comuni tra i giovani; quanto più la mancanza o la confusione, per quanto riguarda la consapevolezza del rischio, s'accompagnano alla inadeguatezza od al ritrarsi delle agenzie tradizionali (in particolare famiglia e scuola) dai compiti specifici di formazione delle nuove generazioni, soprattutto nel campo della sessualità. Credo sia evidente, ormai, quale è la mia tesi: sono convinta che non sia sufficiente prevenire il contagio diffondendo l'informazione sulle vie di trasmissione del virus HIV (anche se ciò è assolutamente necessario) né, tanto meno, distribuendo siringhe e preservativi a coloro che già hanno comportamenti rischiosi (anche se in alcune situazioni può essere utile ed opportuno); io credo che occorra sempre più impostare ed attivare, in particolare per e tra gli adolescenti, una prevenzione che si faccia carico dei fattori personali e sociali che favoriscano l'assunzione degli agiti a rischio prima che essi si instaurino, che promuova la consapevolezza non solo delle conseguenze dei comportamenti rischiosi ma anche delle motivazioni che spingono i soggetti ad assumerli sottovalutandone o ignorandone i pericoli. Ciò non significa escludere l'informazione dalle attività che mirano a prevenire la diffusione del virus HIV. Significa però inserire le iniziative informative in un contesto formativo, che preveda cioè l'offerta contemporanea di strumenti critici ai giovani, per metterli in grado di discernere nella massa delle informazioni, così da evitare che il cumulo di notizie eterogenee finisca con l'abbassare il livello di consapevolezza del problema o banalizzi le modalità per affrontarlo. In altre parole, occorre essere ben consci del comunicare informazioni sull'AIDS in contesti non educativi, del rischio di trasmettere il messaggio che il comportamento pericoloso non è più tale nella misura in cui esistono metodi sicuri per evitarne le conseguenze. In questa ottica, è necessario riflettere non solo sulla prevenzione rivolta ai giovani ma anche sulle qualità che dovrebbero possedere gli operatori sociali e tutti gli educatori coinvolti nella formazione degli adolescenti. Una formazione specifica che offra preparazione conoscitiva, sensibilità socio - psicologica e metodologie operative dovrebbe essere a disposizione di tutti coloro che a vario titolo sono coinvolti nell'educazione delle nuove generazioni. Gli interventi finalizzati alla prevenzione dell'AIDS attraverso la maturazione delle responsabilità e della coerenza personale assumono, in questa prospettiva, un ruolo decisamente prioritario che deve essere condiviso dalle famiglie, dalle istituzioni sanitarie e da quelle scolastiche. Qualsiasi intervento formativo che riguardi la tematica AIDS richiede dunque uno sforzo di integrazione sotto diversi aspetti: in primo luogo, sui contenuti stessi della formazione, che vedono la compresenza di aspetti medici, sociali, psicologici e pedagogici; in secondo luogo, sui destinatari dell'attività di formazione che, essendo potenzialmente sia giovani che adulti coinvolti a vario titolo nel problema, hanno professionalità, ruoli e culture diverse e, infine, sugli obiettivi dell'intervento che dovrebbe essere sia quello di abbattere i pregiudizi e gli stereotipi della malattia e degli individui contagiati, sia di portare alla razionalità i meccanismi di difesa associati alle dimensioni fantasmatiche che accompagnano l'evento AIDS, sia e soprattutto quello di creare i presupposti per scelte responsabili, testimonianze di coerenza e di maturità personale e sociale. In ambito giovanile, tutto questo deve essere fatto con iniziative di prevenzione mirate, che non si riducano ad un martellamento informativo od a prescrizioni normative allarmistiche e/o superficiali, che vedano coinvolti i giovani come soggetti stessi dell'intervento, non semplicemente come destinatari passivi. L'adolescente, nel difficile percorso verso la formazione di un'identità sociale e sessuale, deve potersi confrontare e dibattere con le agenzie di socializzazione più significative (la famiglia, la scuola, il gruppo dei pari) sulle proprie scelte ed in particolare sulla propria sessualità, che è parte essenziale dell'essere, dei sentimenti e della vita di ciascuno. Non solo informazione, dunque, ma soprattutto formazione. E se la società odierna è caratterizzata da un alto grado di complessità che fa coesistere valori socioculturali di riferimento contraddittori - mettendo in crisi lo stesso processo di socializzazione e di formazione dell'identità dell'individuo - è bene sottolineare, in un'ottica di crescita comune e reciproca di adulti e giovani, che il concetto di responsabilità non esclude la libertà delle scelte ma la esalta e che la possibilità di compiere scelte personali deve e può andare di pari passo con la consapevolezza e la coerenza